Washington in Siria di fronte ad una scelta: estendere il conflitto con l’Iran e la Russia o cambiare strategia

di Luciano Lago

Da vari segnali si può intendere che il gruppo di potere di Washington, dominato dai neocons, sta sospingendo la macchina militare statunitense (e della NATO) verso una nuova aggressione contro la Siria con l’obiettivo di attaccare l’Iran, situazione che inevitabilmente porterà ad uno scontro con la Russia.

I tentativi della Russia trattare una pace in Siria e far accettare anche agli USA una situazione di zone “deconflittualizzate”, hanno cozzato contro il muro dell’intransigenza di Washington e questi hanno ceduto il posto alla abituale retorica di guerra pompata dai vari personaggi del nuovo establishment USA.
Di conseguenza sono arrivati gli “avvertimenti ” alla Siria di “far pagare un prezzo” per nuovi attacchi con armi chimiche, minacce dirette anche alla Russia ed all’Iran per il sostegno ad Assad, un modo scoperto di alludere ad una nuova prossima “false flag” , come quella ochestrata in Aprile che diede luogo all’attatto con i missili sulla base aerea siriana.

Il gruppo di potere di Washington, di cui il presidente Donald Trump è ostaggio, non ha accettato la sconfitta delle forze mercenarie sponsorizzate da Washington in Siria e non si rassegna alla estromissione degli Stati Uniti dal paese arabo. Tanto meno gli USA si rassegnano ad assistere all’aumento dell’influenza iraniana nella regione, visto che l’Iran (asieme alla Russia) è il paese che ha sostenuto la lotta delle forze siriane contro i gruppi terroristi sponsorizzati dagli USA e dall’Arabia Saudita e che l’Iran fornisce aiuti sostanziali ed assistenza militare ad Hezbollah in Libano, così come alle forze sciite in Iraq e occasionalmente procura aiuti anche allo Yemen nel resistere all’aggressione saudita.

D’altra parte i rapporti trapelati dalla CIA indicano che gli USA sono fortemente preoccupati per la crescita dell’influenza di Teheran nell’area e temono che la sconfitta definitiva dell’ISIS e degli altri gruppi terroristi sponsorizzati dall’Occidente nella regione, fra Siria ed Iraq, determini una sostanziale presa di potere dell’Iran comepotenza regionale dominante nell’area medio orientale. Questo è inaccettabile sia per Washington che per Israele ma quest’ultima ha riconosciuto ultimamente (per bocca del suo ministro della Difesa) che da sola Israele non potrebbe affrontare l’Iran.

La realtà sul terreno è molto negativa per la coalizione “occidentale”: la pluriennale guerra per procura combattuta in Siria, nonostante i bilioni di dollari spesi in armamenti, addestramento mercenari e finanziamenti da Washington e da Rijad, si è tramutata in un fallimento ed è una partita ormai persa e con questa svaniscono le residue velleità neo-coloniali di Francia e Regno Unito, ma quel che è peggio svanisce il progetto di un Nuovo Medio Oriente di USA ed Israele, oltre alle ambizioni regionali dell’Arabia Saudita e del Qatar.

Trump danza delle spade con i sauditi

Di fronte a questo scenario che segnerebbe una clamorosa sconfitta per Washington ed i suoi tentativi di cambio di regime, non resterebbe agli USA che un’ estrema opzione per ribaltare la situazione sul campo: rinunciare alla guerra per procura e procedere con un conflitto aperto, attaccando prima le forze governative siriane, poi l’Iran e, infine, la Russia.
Con una inevitabile reazione russa, si verificherebbe un allargamento del conflitto e questo si propagherebbe nel giro di pochi giorni dalla Siria incendiando l’intero Medio Oriente, dal Mar Mediterraneo al Mar Baltico, dall’Asia all’Europa, e poi oltre. In sostanza un conflitto mondiale.

Questo catastrofico scenario è possibile e non è improbabile che accada, considerando la demenza dei personaggi neocons che siedono all’interno dell’Amministrazione Trump, tenendo in conto la voracità di profitti da parte dell’apparato militare industriale USA che ha bisogno di sempre nuove guerre per alimentare la sua enorme macchina.

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Tuttavia non è escluso che all’interno dell’Amministrazione Trump possano prevalere i consiglieri strategici più morbidi che spingerebbero Washington a cambiare strategia senza abbandonare la partita. Il cambiamento di strategia possibile sarebbe quello di defilarsi momentaneamente dalla Siria (salvo mantenere le nuove basi miitari create illegalmente dagli USA nel sud e nel nord del paese) e dedicarsi all’attività di sobillazione sull’obiettivo grosso: l’Iran.
Gli attacchi terroristici avvenuti a Teheran pochi giorni addietro, rivendicati dall’ISIS con il bilancio di vittime e feriti, non sono stati casuali ma si capisce bene che dietro di questi si nascondono i mandanti che sono inequivocabilmente la CIA ed i servizi di intelligence sauditi. Basterebbe insistere su questa strada per tentare di destabilizzare il potere iraniano dall’interno, premendo sulla dissidenza interna (con opportuni finanziamenti) e sugli attacchi terroristici.

D’altra parte gli USA e l’Arabia Saudita dispongono di un esercito mercenario di jihadisti che in qualche modo deve essere impiegato e non si può mantenere inerte, sarebbe troppo pericoloso e si potrebbe rivoltare contro coloro che lo hanno assoldato. L’Arabia Saudita, che paga i salari e finanzia le spese dei vari gruppi jihadisti in Siria ed in Iraq, a sua volta corre forti rischi di destabilizzazione in quanto la rabbia e la frustrazione dei mercenari assoldati e fanatizzati dai principi sauditi potrebbe abbattersi proprio sul regno saudita.

Opportuno quindi impiegare queste forze per altre azioni anche su alri fronti: l’Iran in primo luogo, l’Egitto di Al Sisi in secondo luogo, il Libano degli Hezbollah come terzo obiettivo e, in futuro, probabilmente le repubbliche dell’Asia centrale, sempre più vicino alla Federazione russa.

Una partita a scacchi dove nordamericani e sauditi, con il loro codazzo di alleati, hanno perso le prime mosse ma intendono rifarsi in seguito.

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